EURO E NON SOLO – Formazione in Movimento – 14 Marzo 2014

L’oggetto del quinto incontro di formazione del Movimento 5 Stelle di Vinovo è l’Euro, come viene e come potrebbe essere valorizzato con una sana e consapevole voglia di attuare il cambiamento che ormai diventa necessario se si vuole fermare l’escalation che porta alla povertà e alla perdita del nostro patrimonio culturale faticosamente maturato attraverso i secoli.

Il prof. Rinaldi, docente di Economia all’Università di Torino, ci ha comunicato utili informazioni concrete e pratiche, che aiutano a capire, primo passo necessario per formarsi delle idee con le quali manifestare il proprio punto di vista e a fare scelte consapevoli.

Ogni governo che si sussegue garantisce la ripresa che puntualmente è smentita dai fatti.

Ma da chi può venire la ripresa?

La ripresa si suppone avvenga dalla domanda privata o dalla domanda pubblica.

Facendo l’analisi della domanda privata, vediamo che è utopistico pensare che la ripresa possa arrivare dalle famiglie, perché queste consumano sempre di meno (nel gennaio 2014 il consumo delle famiglie è sceso dello 0,6%).

Per le imprese è in concreto lo stesso, sono allo stato di sopravvivenza, un imprenditore sensato che non voglia fare debiti, non investe se non ci sono prospettive di vendere e fare profitti.

La produzione industriale è diminuita di un quarto rispetto al 2007 (nel dopoguerra è calata del 30-40%, quindi siamo abbastanza vicino agli effetti di una guerra), allora le aziende chiudono per mancanza di domanda o per tassi d’interesse molto alti; nella migliore delle ipotesi ,le aziende vengono vendute a imprenditori esteri, allora i profitti e i dividenti partono per l’estero, insieme alle parti  innovative come la ricerca, quindi è denaro che sparisce dalla nostra economia, mentre qui rimane, quando va bene, un po’ di lavoro manuale.

Ma in certi casi si fa un lavoro più pulito: si imbarca tutto su dei tir, magari di notte, durante un week-end e qui resta il capannone con la sua spianata di cemento.

Questa è la realtà, è in atto una demolizione del settore industriale italiano.

Passando poi alla domanda pubblica che è fatta di spesa pubblica meno tasse e contributi, vediamo che il saldo è composto di 2 voci: saldo spesa pubblica generale e saldo primario.

Il primo, che confonde un po’ le idee, contiene anche gli interessi che noi paghiamo sul debito pubblico, ed è un saldo negativo.

Gli interessi, però, non fanno parte della domanda. Gli interessi vanno per il 15% ai possessori di BOT BTP CCT, il 35% a istituzione banche straniere e il 50% a banche italiane, le quali, però, non  comprano prodotti reali, ma titoli, obbligazioni, derivati, titoli su materie prime, quindi un altro mondo, altro denaro che non rientra nel giro dell’economia.

Il secondo, il saldo primario, è uguale al primo ma senza gli interessi. Vediamo, allora, che il saldo è in positivo del 3% circa, ciò vuol dire che lo Stato italiano prende ai cittadini il 3% circa in più di quello che dà in spesa pubblica, si calcola 45 MLD che toglie dal circuito economico per pagare il 15% alle famiglie diciamo più benestanti e il resto a banche straniere e italiane.

Si pensi che il nostro Stato spende di interessi sul debito circa il 5,3% del PIL, 83 MLD, mentre per il nostro Sistema Sanitario ne spende 111. Si dovrebbe far diventare quegli 83 un 13, 10 o 5 e con quello che si recupera si pareggia subito il bilancio, si tagliano tasse e non si tagliano le spese, quindi si rimetterebbe ossigeno al sistema.

Il bilancio in pareggio vuol dire che se c’è il prodotto che cresce un pochino, il rapporto debito e prodotto diminuisce naturalmente, così, senza colpo ferire, senza pagare interessi a nessuno, si avrebbe un debito pubblico che piano piano andrebbe a scomparire. Il prof. Rinaldi sostiene che questa è la soluzione culturale che risolverebbe il problema più grosso dello Stato italiano.

Occorre ricordare a tal proposito che per lungo tempo lo Stato italiano non era caricato di interessi, nel 1980 il debito pubblico italiano era al 60% del PIL, ma successe un fatto catastrofico: una lettera dell’allora Ministro del Tesoro, on. Beniamino Andreatta, al governatore della Banca d’Italia, in cui si autorizzava (e invitava) a non comprare più titoli di stato italiani! Così dal giorno dopo la Banca d’Italia non comprò più titoli, e lo Stato italiano per continuare a pagare la polizia, i carabinieri, gli ospedali, trasferire fondi ai Comuni, cominciò a pagare interessi sempre più alti ai prestasoldi, e il debito pubblico esplose andando al 100% in dieci anni. Occorrerebbe fare il processo inverso, che la nostra Banca d’Italia o la BCE comprino titoli di stato.

La spesa pubblica, finché non si eliminano gli interessi, non è in grado di trainare il Paese.

Per quanto riguarda il settore estero, le esportazioni sono calate dello 0,1% nel 2013, mentre il saldo tra Import ed Export è migliorato, ma solo perché c’è stato un crollo dei consumi.

I prezzi dei nostri prodotti non sono competitivi rispetto a quelli tedeschi , i quali vengono presi come denominatore per stabilire il Cambio Reale. Dal 1° gennaio 1999 fino al 2012 i nostri prezzi sono cresciuti del 17% rispetto a quelli tedeschi, anche se la nostra inflazione è a livello moderato, più bassa della Gran Bretagna, mentre il paese con inflazione più “strana” è appunto la Germania, la quale non vuole saperne di aumentare i prezzi.

Le possibilità, quindi, sono 2: o smantelliamo il sistema industriale e buttiamo la gente per strada, che è quello che si è fatto negli ultimi anni, oppure si aggiusta il Cambio Reale, in modo consensuale o conflittuale, e in quest’ultimo caso ci sono studi che rilevano una perdita di proventi del 10% della Germania, inducendo così gli economisti tedeschi a parlarne.

Occorre, quindi, un governo molto deciso e soprattutto credibile che si presenti alle trattative europee con queste richieste per riuscire a portare i conti con l’estero in attivo, ma un attivo sano, non tanto perché l’import crolla, ma che l’export diventi competitivo e riesca a recuperare con il riequilibrando del cambio reale.

Non dobbiamo colpevolizzarci pensando che l’Italia sia un Paese particolare, diverso da tutti gli altri, perché non è andata meglio ad altri Paesi come la Francia, il Belgio, la Finlandia e siccome i problemi sono uguali per tutti, le soluzioni vanno trovate insieme.

“La mia opinione”, dice il Prof. Rinaldi, “è che dobbiamo cercare di salvaguardare l’euro, ma non ad ogni costo. Il M5S dovrà riflettere e prendere posizioni, perché c’è una brutta regola che dice: se uno non si occupa di macroeconomia, la macroeconomia si occupa di lui.”

Le elezioni europee sono un appuntamento importantissimo, perché il Parlamento europeo è il luogo dove concordare regole che vanno oltre l’interesse del singolo Paese che ne fa parte, dove superare le disparità specialmente di quelli che si trovano al margine di questa Europa ancora tutta da fare.

E’ urgentissimo regolamentare per esempio i mercati finanziari, per impedire una nuova crisi come quella del 2007 così tanto disastrosa, perché un sistema finanziario non regolamentato è come una bomba che in ogni momento può esplodere.

E’ competenza del Parlamento Europeo regolamentare gli aiuti alle imprese. Lo stato tedesco sostiene le imprese che assumono con sostanziali aiuti (contribuendo direttamenet al reddito dei neoassunti), ma nessuna commissione europea dice che è questo un esempio di concorrenza sleale, vietata dai trattati europei sull’aiuto alle imprese, quindi o lo si permette a tutti oppure lo si fa diventare reato, perché questi aiuti pubblici falsano la concorrenza degli altri Paesi.

E’ inoltre competenza del Parlamento Europeo regolamentare su questioni ambientali, per esempio sulle emissioni di ossido di anidride carbonica. Le nostre aziende di acciaieria, per via di protocollo di Kyoto, devono adeguarsi o chiudere e aprire in Cina, la quale non avendo aderito e avendo una tecnologia ormai sorpassata, procura inquinamento doppio e doppio danno alla Terra. La soluzione sarebbe spostare tasse e ammende non sulle produzuioni ma direttamente sui prodotti finali in commercio, una CarbonTax da applicare sia alle produzioni locali che ai prodotti provenienti dall’estero, ricavando il doppio beneficio di difendere le nostre industrie e allro stesso tempo difendere l’ambiente e superando l’attuale limite del portocollo di Kyoto che, per esere efficace, dev’essere applicato a livello globale da tutti i paesi.

E’ competenza del Parlamento Europeo definire gli standard tecnici da adottare in ciascun Paese, tutelare quei prodotti di qualità la cui produzione richiede molta cura, imponendo tasse a prodotti che arrivano da paesi come la Cina e alleggerendo quelle sul lavoro e sull’impresa, per cui lavorare e fare impresa diventa meno tassato.

Per fare tutto ciò occorre un Parlamento Europeo più forte, lungimirante, sopra le parti, libero da lobby, che capisca e agisca negli interessi di tutti, che intenda un’Europa non solo come un gruppo di Paesi che hanno la stessa moneta dove il primo della classe demolisce chi non sta al passo, ma che faccia una scelta diversa se si vuole creare una comunità di popoli il cui valore vero e la cooperazione, questo è il vero cambiamento.

A cura di Maria Lidia Ligatti

Fonte: Conferenza 14 marzo 2014 presso il Teatrino della scuola media Giaonetti di Vinovo

 

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